Come Spike Lee rovinò NBA 2k16

Come Spike Lee rovinò NBA 2k16

La modalità “My Career” concepita dai 2k per me è sempre stata uno di quei sogni che diventano realtà:

La dimostrazione di come certe prerogative, nel settore fin troppo spesso stupidamente considerate esclusive degli RPG, possano essere potenzialmente applicate a qualsiasi tipo di gioco, pure ai simulatori sportivi. (In effetti, ho già accennato qualcosa a riguardo.)

Peccato che Spike Lee abbia buttato tutto nel cesso.

Freq Career

Quando nelle recensioni, nelle pubblicità e nei video trailer vi dicono “Tu sarai la star” vi stanno raccontando un sacco di balle.

Al titolo Living ‘da dream manca un pezzo:

Living ‘da SPIKE LEE dream, mica nel vostro.

Personalizzazioni

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Certo, sulla carta, grazie al potente editor di gioco potete creare il personaggio che volete: nero, bianco, asiatico, ispanico, con il nome che più vi piace. In teoria.

In pratica, non avete altra scelta se non quella di essere il classico nero uscito dal ghetto, con tanto di famigliola, insopportabile sorella gemella, odioso amico d’infanzia (aridatece Ryder di GTA San Andreas), Harlem come provenienza fissa ed il nomignolo più cretino del mondo:

Frequency Vibration “Freq” for short.

In buona sostanza, il nome di un vibratore.

Insomma, i peggio cliché di un regista a suo tempo geniale, ma oggigiorno piuttosto spento rispetto ad una ventina d’anni fa.

Di Razzismi

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Chiariamoci: che noi altri Europei, ma anche Africani, Asiatici, Oceanici e Sud Americani non venissimo minimamente considerati lo posso pure comprendere.

L’NBA è al 90% storia americana, certo non più come una volta, chiaro, ma tra High School, College e quant’altro si capisce come resti per massima parte un prodotto squisitamente locale.

Sigh, sob, ma ok. Va bene così.

Volendo forzarla un pochetto, essendo l’NBA altresì uno sport spiccatamente afroamericano, ci può anche stare che il personaggio base sia nero.

Limitante, un po’ chiuso, ok, ma anche qui posso capire (anche se non condivido granché).

Ciò che mi fa particolarmente incazzare è che tale personaggio (e comprimari) debba essere niente più che il classico stereotipo spikeleeiano, senza possibilità di scegliere i propri destini, oltre che la propria provenienza.

Una generalizzazione stupida, e abbastanza ingiusta anzitutto nei confronti della comunità afroamericana:

Karl Malone non è quel che si dice bianco, ma non parla certo con l’accento gangsta dei sobborghi newyorkesi, tanto per fare un esempio, e non sono affatto sicuro che ad un ragazzino di Los Angeles piaccia molto l’idea di creare un personaggio forzatamente di New York.

Dulcis in fundo, uno come Wilt Chamberlain di tutto il teatrino vittimistico di Lee si sarebbe letteralmente sciacquato le balle con un ghigno soddisfatto stampato in faccia, mandando a quel paese tutti i personaggi che il regista ci rifila obbligatoriamente (perché li vuole lui, mica noi).

I bianchi sono stronzi. Sopratutto se sono pure italiani.

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Fa ridere notare la solita figura del manager italoamericano “modello Joe Pesci”, ovvero avido stronzo e coatto (quest’ultima per creare un distinguo, perché altrimenti sarebbe potuto benissimo essere un ebreo, chiaramente), o il GM della tua squadra (pure lui bianco e stronzo, ma non coatto) che ti minaccia dicendo “Se non tieni a bada quel coglione dell’amico tuo ti faccio fare la fine di un mio giocatore che ora fa il sesto uomo a Venezia. Si, Venezia, con le gondole e blabla”

(per carità, questa “minaccia” in effetti ha pure un suo senso eh, però mi pare l’ennesima conferma che Spike Lee con gli italiani continua ad avercela a morte)

Sostanza

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Lasciando per un attimo perdere tutti questi discorsi al limite dell’etico, vorrei sottolineare più che altro l’aspetto pragmatico della faccenda:

Spike Lee è un grande regista (o almeno, a suo tempo lo è stato) ma un pessimo game designer.

Ovvio, lui di base manco c’ha pensato al gioco, ha fatto il solito lineare lavoro cinematografico che evidentemente ci si aspettava da lui…

Ecco, carissimi: un videogioco NON è un film.

Sopratutto quando dovrebbe garantire la diretta interazione del giocatore, tutto un aspetto decisionale che Spike Lee non credo possa minimamente concepire, perché, semplicemente, totalmente estraneo a questo tipo d’ambiente.

La cosa mi fa abbastanza incazzare, perché è frutto della vecchia mentalità che vede i videogiochi come un qualcosa di serie b, ben lontani dalle “cose serie” come il cinema.

Bene, sai che c’è Hollywood ?

Non siamo più nel 2002, questo tipo di spocchia non ve la potete più permettere, e il fatto che Take Two Interactive abbia evidentemente dato carta bianca al vecchio Spike è stato un grosso errore, che sono abbastanza sicuro non si ripeterà nel lungo periodo.

Perché nonnini belli, ecco una notizia:

il videogame è il medium del futuro già da un pezzo, ed è l’industria che tiene sempre più strettamente per le palle il mercato dell’intrattenimento.

Pensateci bene, la prossima volta.

Do the Right Thing.

PS: E i Knicks fanno immensamente cagare, tiè!


Andrea Xab Corinti

Scritto da

A (web) world citizen.