Poets of the Fall in Italia [Resoconto]

Poets of the Fall in Italia [Resoconto]

Il concerto

L’acustica forse forse non delle migliori, il pubblico poco (ma buono, diciamocelo da soli: di quelli che sanno farsi sentire), una durata complessiva troppo breve e relativa scaletta alquanto discutibile…(va bene il nuovo album, ma troppe, troppe assenze di lusso)

Eppure.

Eppure scrivo di uno dei concerti più belli che io abbia mai visto.

Come mai ?

poets of the fall in italia

Difficile dirlo, e non penso che nessuna foto o video possa rendere davvero bene l’idea del mio concetto del concerto (a-ah).

Si parla spesso, nella musica, di passione, di presenza scenica, di carisma.

Ecco, i Poets of the Fall hanno una biografia del tutto particolare: legati a doppiofilo con la storia videoludica della Remedy Software, dotati di una buona affermazione commerciale e partoriti dall’esigenza poetica (perdonatemi) di andare oltre, pur sempre assemblando il conosciuto, senza per questo sacrificare la propria orecchiabile accessibilità.

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A tratti appaiono artisti consumati, imperiosi nella sicurezza dei propri mezzi ma, per altri versi, mantengono tutta quella genuinità e freschezza che caratterizza l’anima delle band di nicchia, il classico “prima di tutto, io a suonare mi diverto”

Ma soprattutto, e come solo taluni gruppi sono in grado di fare, i Poets sanno mettere in moto quegli strani circuiti che ti scaldano dentro, facendoti dimenticare per qualche attimo anche di te stesso

Marko Saaresto, leader e voce della band, è decisamente il summa di tutto questo discorso.

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Non tanto perché sia il miglior cantante del mondo (ha una voce bellissima, ma tecnicamente non è certo un Russell Allen), ma perché possiede quella passione, quel talento e quella capacità non tanto di tenere il palcoscenico, ma proprio di nutrirsene.

Kurt Cobain, prima di lasciare questa valle di lacrime, lasciò detto:

Quando siamo nel backstage e le luci si spengono e sento il maniacale urlo della folla cominciare, non ha nessun effetto su di me, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo, ma per me non è così

Credo che, con tutte le dovute differenze/proporzioni del caso, Saaresto possegga un’anima istrionica simile al mai troppo compianto cantante dei Queen, anche se probabilmente parliamo di un’anima più contorta, più dark, noir:

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si parla pur sempre di un uomo che ha venduto tutto ciò che possedeva per consacrare la propria esistenza alla musica, o meglio, allo Spettacolo nel senso più altamente musicale del termine.

Ecco, giust’appunto: musicalmente parlando, sono stato piacevolmente sorpreso dai numerosi assoli (quasi sempre ridotti nelle produzioni in studio), dalla rockeggiona “cattiveria”, più o meno improvvisata in tanti accorgimenti che non mi sarei aspettato da una band celebre non certo per i propri exploit “tecnici”.

E poi….eppoi vabbè, ci sono cose che non si possono descrivere e si sentono e basta.

Jari Salminen
Anche quando c'è Alessandro Borghese alla batteria.

Inutile anche solo provare a comunicare cosa possa significare per un fan sentirsi finalmente Carnival of Rust, Roses, Daze e Dreaming Wide Awake eseguite dal vivo, a due passi da lui.

E quella Nothing Stays the Same…eh, bé.

Direi che me la sento ancora tanto nelle ossa che può essere che me la porterò dietro finché campo.

Ma è anche vero che, se fosse tutto così “inutile da descrivere”, non starei mica qui, sfinito, alle 3:05 del mattino ad appuntare queste quattro parole a caldo.

Perché è indescrivibile, ma c’è l’esigenza di comunicarlo.

Ed è forse questo, il non-modo migliore che ho di definire questo concerto.

E, forse, di descrivere i Poets of the Fall in generale.

Per il resto, basta un generico e timido Grazie.

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[Bonus Personale] Le Lombarde Peripezie di Xab

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strabismo delle 2 di notte (l'ora in cui più o meno sei tornato a casa)

Ti dici: “sei fortunato, ora abiti in Brianza, in linea d’aria questo beneamato Trezzo sull’Adda dovrebbe essere vicino!”

Soltanto che:

  1. Al momento non eri automunito

  2. Hai fatto i conti senza Trenord e AMT (ed il tuo senso dell’orientamento)

Iniziamo con l’immancabile ritardo di quei venti minuti buoni del treno S4 per Milano Cadorna, che si trasforma ben presto in un viaggio all’insegna del lag: il treno, periodicamente, si spegne e si riaccende. Con di luci e aria condizionata annesse.

Ma vabbè. Quisquiglie, pinzillacchere!

Sono le 18 e qualcosa ed ecco Cadorna

cadorna

prossima destinazione metropolitana linea verde, capolinea di Gessate!

Solo che ecco…tutti i treni della relativa tratta vanno verso Cologno Nord, e pure (ovviamente) in ritardo

Segue un (immaginario) discorso aulico con me e l’Oscura Divinità della Metrò

“Che accade, o immondo e metallico spirito protettore del sottosuolo sforzesco?”

“Accade” risponde l’altoparlante “Che un tizio a Porta Genova a momenti crepa, quindi tutti i treni sulla linea M2 subiranno variazioni. Pesanti. soprattutto quello che devi prendere TE.”

Status attuale: Urlo di Munch.

Proprio ora doveva crepà sto stronzo (scherzo eh, era la foga del momento! Ignoto viaggiatore malato, se mi leggi ti auguro ogni bene)

Dopo quei 30-40 minuti buoni FINALMENTE il metrò giunge. Solo che i cancelli li aprono alle 20:00, sono le 19:15 e tu stai ancora a Milano.

E su quella metropolitana, in cui dei russi ubriachi finivano di minacciare Pimpy di Winnie Pooh per quanto ingombrava, bisogna starci quei 55 minuti buoni.

Cinquanta. Cinque. Minuti.

Nell’unico treno per Gessate disponibile da un’ora a questa parte.

Vedevo controllori agitare la frusta con la maestria di domatori da circo con l’hobby di Castlevania, intimando (tra una bestemmia in afgano tardomedievale e l’altra) al gregge di passeggeri di rinunciare a salire, di stare dietro la linea gialla, che la era il loro posto.

Ma poi, finalmente, Gessate.

Un luogo scartato dal più sadico degli sviluppatori di Fallout con motivazione “no regà, va bene il postapocalittico, ma anche io c’ho un cuore”

gessate

Gessate.

Si.

Sulla Lavagna.

Il pullman per Trezzo fortunatamente c’è: sali che sono le 20 e 10, i Poets attaccano alle 21 e 20, ce la possiamo ancora fare!

Solo che…sbagli la fermata in cui scendere.

Di poco eh, però sul momento non te ne rendi conto e da Urlo di Munch ti trasformi in Sansa Stark durante la sua prima notte di (seconde) nozze.

Corri, cammini, corri e d’un tratto, ti balza in mente il buon Sanji di onepieciana memoria:

Sanji

E allora voli, anche tu, perché cenare è un lusso, il mal di schiena non esiste.

trezzo

Il resto, beh, è storia.

Che potete leggere e rileggere nel primo paragrafo qua sopra.


Andrea Xab Corinti

Scritto da

A (web) world citizen.